TARTUFO o L’impostore

Intrigante, amata, proibita, esilarante, misteriosa, ambigua, sfuggente commedia, Tartufoè il cuore dell’invenzione teatrale di Molière. È il testo che egli ha difeso con più accoramento e dedizione dagli attacchi della “cabala dei bigotti” che voleva censurarlo; è una satira dell’ipocrisia di ogni tempo che doveva costargli cara. Ma, forse proprio a causa delle difficoltà attraversate, Tartufo oggi scintilla di una luce mirabile, quella dei capolavori che sorprendentemente rasentano la perfezione. La verità e la libertà di coscienza sono le oneste virtù che questa commedia vuol celebrare, contrapponendole al trasformismo morale e all’impostura dei tanti “tartufi” in circolazione, non a caso così definibili per antonomasia proprio a partire dal grande classico molieriano. Il più grave attacco ai chiusi di mente, ai crudeli, ai sordi censori di ogni tempo è costituito dal ridicolo al quale li si espone. Fu lo stesso Molière a considerare che “si tollera di essere cattivi, ma nessuno vuol essere ridicolo”. Qui la corruzione, anche quando affascina, muove al riso: ed è proprio il riderne che la esautora di qualsiasi credibilità od efficacia. Eppure, Tartufo non è soltanto una bella satira di costume, ma anche un viaggio perturbante nei meandri della coscienza religiosa occidentale, tra autentico fervore e grossolana mistificazione: non sfugge, insomma, pur nella piacevolezza e nell’irresistibile humour di Molière, che egli ha voluto intessere una sottile trama parallela alla commedia in cui a scontrarsi non sono soltanto i bigotti e i liberi pensatori, ma il Bene e il Male: e il loro campo di battaglia non è soltanto quello del vivere in società secondo un’etica feconda e sana, ma anche quello interiore e spirituale, che riguarda la coscienza e la morale di ognuno.